La Gabbia Armonica - Appunti e Fotografia

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Recensione di Paola Palmaroli pubblicata su "La Gabbia Armonica" Appunti e Fotografia - Magazine

Se è vero, come dice John Berger, che le fotografie sono “citazioni di apparenze”, che esse costituiscono un “mezzo-linguaggio”, e se la fotografia è, come Barthes l'ha chiamata, “un messaggio senza codice”, che ha bisogno di parole per il suo completamento, ci domandiamo: “anche le parole costituiscono un linguaggio insufficiente ed hanno un bisogno continuo, insaziabile del visibile?

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La mia di risposta è si, ho bisogno di quel visibile che in questa immagine è purezza, emozione, bellezza, verità! Appena incontrata questa immagine mi sono resa subito conto che avevo bisogno di ritrovarmi in quello sguardo, in quell’angelo che stava scendendo la scala, in quel gesto dove la concentrazione si fonde con l’immediatezza del movimento delle braccia. Le parole hanno bisogno continuamente del visibile per trarre forza ed energia nel loro dispiegarsi, tentando di esprimere le emozioni e le idee che nascono e si sviluppano attraverso l’uso di tutti i sensi, la vista in particolare.
Nel corso degli ultimi 400 anni la parola e l’immagine sono state spesso l’una contro l’altra. Come strumento di argomentazione razionale, la parola era il rifugio del soggetto pensante, che non si fidava più dell’aspetto della superficie del mondo visivo, ma voleva cogliere la verità solo in concetti astratti. . . . Poiché le immagini sono cadute in disgrazia, hanno cominciato con l’essere giustificate come opere d’arte od opere sacre per rendere grazie a Dio e sostituite dalle stesse. La fotografia ha invertito questo movimento, facendoci credere, per un breve periodo, di nuovo alle immagini, Ora, con la naturale estensione del concetto di fotografia in immagine digitale, la veridicità delle immagini è di nuovo in crisi. Ma ancora continuiamo a credere, a voler credere in esse.
In tal senso che cosa è un’immagine? Un'imitazione artificiale o la rappresentazione di qualsiasi oggetto. Più specificamente essa è il corrispettivo ottico od omologo di un oggetto, è prodotta dalla luce riflessa come da uno specchio, luce rifratta come attraverso una lente, o luce che cade sulla superficie dopo il passaggio attraverso una piccola apertura. Democrito, un filosofo greco sviluppò una sorta di “estetica dell’atomo” in grado di sostenere che la percezione deriva dall’azione di una sottile pellicola “eidola” che mostra così gli oggetti formati da unità indivisibili, gli atomi. Queste sottili pellicole, immagini, eidolon, provengono dalla superficie delle cose che si trovano nell’aria e vengono assorbite dai corpi (anima, atomi) attraverso gli organi di senso. “Parola” invece deriva direttamente dal greco “logos”, su cui poggiava tutta un’altra teoria metafisica sul rapporto tra spirito e materia, perché “logos” significava sia “parola” nel senso di significato espresso, che “ragione”, ovvero la facoltà creativa degli esseri umani.
L’immagine è “un’immagine mentale di qualcosa che in realtà non è presente”, e la fantasia, in estensione, è “la considerazione mentale di azioni o di eventi non ancora esistenti.” Così, ciò di cui stiamo realmente trattando attraverso l’uso della parola od attraverso la manipolazione delle immagini è una sorta di magia. Tutto questo si è innestato in modo naturale con la visione dell'immagine di Vincenzo Tessarin per sostenere il diritto della parole di affiancarsi all’immagine stessa, di poter usufruire dei suoi stimoli per farsi pensiero e idea, per descrivere le emozioni che suscita, per essere quel pennello che in mano al pittore definisce i contorni di un concetto, di un pensiero, di una forma. Nell’immagine di questo straordinario fotografo si trova il desiderio di purezza che fa parte della natura umana, un bisogno insopprimibile di perdersi nello sguardo serio e concentrato del bambino, a tratti malinconico eppure così puro, straordinariamente vero! Il suo incedere ci fa tornare in mente cosa pensavamo alla sua età, cosa eravamo in grado di percepire del mondo circostante, con quali stupori e sogni nutrivamo i nostri istanti, perché allora solo il presente contava per noi e non esisteva ne il senso del passato ne quello del futuro.
Tutto era una continua successione di istanti, di emozioni che lasciavano impresse certezze e dubbi in egual misura. Si poteva scendere o salire una scala e si pensava di poter così conquistare il mondo conosciuto, ci si svegliava con l’entusiasmo di continuare ad imparare, vedere e conoscere tutto quello che si incontrava quotidianamente, misurandosi con il proprio universo e con quello degli adulti con cui venivamo in contatto.. Quell’angelo come l’autore l’ha definito è parte del nostro vissuto, dei nostri sogni, dei nostri desideri, quando tentiamo di ricordare cosa e come eravamo cerchiamo di trarre dalla memoria solo le sensazioni positive e migliori, di dare al paesaggio che andiamo costruendo con i ricordi un senso ed una luce che ci appaghi e non ci deluda mai. Quando si diventa adulti si rinuncia a questa capacità di cercare l’assoluto in ogni manifestazione naturale dell'ordinario vissuto, si tenta di definire dei confini che siano rassicuranti e protettivi, si custodisce quel senso del tutto in un angolo lontano della memoria, lo si abbandona, ricoprendolo di polvere senza avere più il coraggio di riesumarlo se non costretti da eventi particolari. In quello sguardo che Vincenzo Tessarin ha colto, le parole e le immagini hanno trovato finalmente il senso del comune esistere, avvicinandosi le une alle altre con lo stesso incedere serio e composto che possiede il bambino ritratto. Se le immagini si lasciassero attraversare dalle parole e le parole si facessero conquistare dalla immagini ogni aspetto dell’esistenza avrebbe molto da guadagnarci, unendo due forze uguali e contrarie per produrre un moto continuo che è vita, che è pensiero, che è un’avventura dei sensi e della ragione., che è conoscenza.

Colui che guarda è essenziale per il significato, ma può essere superato da esso, questo superamento fa parte della nostra atavica speranza di capire il mondo intero talvolta racchiuso in uno sguardo. La rivelazione è stata una categoria visiva prima che fosse religiosa. La speranza della rivelazione, ciò è particolarmente evidente in ogni infanzia, è lo stimolo alla volontà di ognuno di noi verso la ricerca che non ha uno scopo preciso e funzionale ma è soprattutto curiosità.Qualunque sia la sua frequenza, la nostra aspettativa di rivelazione è una costante umana. La forma di questa attesa può storicamente cambiare, ma di per sé, è un costituente del rapporto tra la capacità umana di percepire e la coerenza stessa delle apparenze”.

Quando John Berger rifletteva su questi concetti ancora non aveva incontrato l’immagine di Vincenzo ed oggi grazie ad entrambi su tutto questo ho posto la mia umile riflessione. La fascinazione di quest’immagine che ha prodotto su di me tenerezza e consapevolezza, è un movimento necessario che chiamiamo emozione, capace di far nascere collegamenti tra i pensieri, tra le idee, nuovi stimoli per continuare a cercare cosa siamo e come ci muoviamo all’interno di questo presente. Un presente apparentemente eterno di cui siamo sia gli attori principali che la scenografia e, per me quell’incanto prodotto dall'incedere del bambino come se fosse un angelo sceso sulla terra, è una delle ragioni della mia vita! Grazie Vincenzo, con grande naturalezza e passione, con intelligenza e sensibilità hai unito quello che risulta essere un teorema degli opposti fin dai tempi più antichi, ovvero l’immagine con la parola. Grazie a questo tuo scatto non sembrano mai state separate ne in disaccordo.
Te ne sono infinitamente grata e vorrei ringraziarti citando un passaggio trovato e custodito in una lettera di Franz Kafka indirizzata a Milena Jesenska: “Sono stato accusato di credere alle parole ed alle immagini più che nelle persone, ma non è vero. Quello in cui credo è la terza immagine, ciò che appare a volte tra le parole e le immagini. Ed è qui che vado a trovarti. Oh il mondo è così piccolo e noi siamo così grandi, in entrambi i casi dobbiamo riempirlo tutto, completamente!".

Vincenzo Tessarin quel bambino, quell'angelo da te ritratto ha riempito completamente il mio di mondo!
Paola Palmaroli

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Indian Railways - Mostra

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Recensione di Tomaso Mario Bolis per la mostra "Indian Railways"

Vincenzo Tessarin, che ci ha abituati alle sue colorate e terse immagini, abbandona i consueti cromatismi e ci propone queste nuove fotografie in bianco e nero per seguire, less is more, un percorso creativo di continua ricerca dell’essenzialità.
Indian railways” è un reportage realizzato nei primi mesi del 2013, durante un lungo viaggio in treno nel subcontinente indiano, che coglie il nucleo di una realtà di passaggio: corse sui treni che diventano viaggi dell’anima, che l’India ancora può regalare, ma solo a chi ha occhi nel cuore, a chi può rinunciare all’esigenza, o meglio all’ansia, di documentare tutto, di iper fotografare o come si dice, con un brutto neologismo, “instagrammare”.

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Il nostro autore “guarda”, in modo parco e misurato, gli sguardi dei suoi compagni di viaggio, di viaggi diversi, di sogni e di rassegnazioni, ci racconta un andare che pare senza meta, contrappuntato solo dal silenzio fotografico che cancella le parole, i suoni, i rumori, gli odori.
Un uso calibratissimo e “classico” della composizione e un controllo sicuro dell’inquadratura accompagnano, sulla superficie dell’immagine, i vasti neri prigionieri di se stessi e le lame bianche di luce che sembra taglino repentine ogni storia che sta iniziando.
E’ un taccuino di appunti visivi dalla grammatica pulita, scritto con la luce, con le ombre, con i fuori fuoco, che non ha incipit e fine, centro narrativo dell’artista che modula e costruisce, con piacere, il suo linguaggio.

Tessarin riesce a regalarci quest’India che ha la bellezza della filosofia, che è architettura dell’anima. Volti di bambini, donne, lavoratori che raccontano quotidianamente tutta la precarietà dell'esistenza, ma sempre con estrema dignità: sono immagini che riescono a restituire in pieno la profondità della vicenda umana, al di là della latitudine in cui si svolge.
Vincenzo Tessarin, collaudato professionista e viaggiatore esperto, è guidato da un’innata curiosità e da un senso di meraviglia per il mondo, per le cose e le persone che lo abitano.
Ha la sorprendente capacità di attraversare i confini delle lingue e delle culture e di ridarci, dalle terre più lontane dell’Africa o dell’Asia, fotografie fortemente liriche ed evocative, memore, probabilmente, di quello che dice Steve McCurry: “Se sapete aspettare, la gente si dimenticherà della vostra macchina fotografica ed il loro animo più profondo si mostrerà”.
Tomaso Mario Bolis

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Immaginarium  on-line Magazine

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Recensione di Paola Palmaroli pubblicata su "Immaginarium" on-line Magazine

Immaginiamo di entrare a visitare una mostra, troviamo diversi fotografi che espongono le loro opere e di sala in sala, di foto in foto, ammiriamo i loro lavori. Poi, accade che davanti ad una fotografia ci fermiamo e da quello spazio/tempo non riusciamo più a staccarci, siamo come ipnotizzati da ciò che vediamo e sentiamo.

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A volte capita di capire subito cosa e perché ci ha così colpito di un dato autore, altre volte non sappiamo neppure darci una spiegazione e liquidiamo la sensazione provata con un pensiero semplice quanto disarmante: "bella foto!". Tutto questo accade più di quanto si pensi tuttavia esiste un altro tipo di incontro, quello tra l'istante fotografato ed il nostro tempo, un presente che l'autore riesce a trasformare in percezione universale dell'esistere. Tutto sembra sincronizzato per accadere in quel preciso istante, davanti a quella fotografia in particolare e, se abbiamo la fortuna di trovare l'immagine che ci fa sentire ogni suo aspetto parte integrante della nostra sensibilità, della nostra sfera emotiva più intima, di un vissuto che ci caratterizza e ci determina come soggetti, allora è magia allo stato puro. Può succedere con un romanzo, con un brano musicale, se accade con un fotogramma entriamo dentro di esso come risucchiati dalla sua storia, dalla luce e dalle ombre, da un sorriso, da un racconto costituito da un semplice sguardo, da gesti quotidiani o da paesaggi mozzafiato. Uscirne diventerà quasi impossibile, un'impresa titanica, di certo nulla sarà mai più come prima! Questo mi succede ogni volta che incontro uno scatto di Vincenzo Tessarin, capace di viaggiare tra strade e luoghi lontanissimi, di visitare il quotidiano vissuto rendendo l'ordinario straordinario. Questo succede se raccogliete la vostra attenzione e la rivolgete alle sue opere, perchè quelle fotografie troverete subito che non sono solo ciò che mostrano ed appare sulla superficie sensibile significante, quegli istanti sono tutto ciò che volevate vedere almeno una volta nella vostra vita ed ora è lì davanti a voi con una semplicità ed immediatezza disarmanti, che vi parlano da mondi lontani come pure da quelli più vicini!

Viaggerete tra terre e cieli che vi faranno provare un'atroce nostalgia e varcherete orizzonti che vi lasceranno dentro il profumo di coloro che ci vivono, incontrerete angeli che scendono una scala oppure sarete proiettati tra cielo e terra attraverso simboli ed archetipi di varia provenienza e natura. La capacità poliedrica di reinventarsi sempre, qualsiasi sia il genere trattato, è un valore aggiunto che Vincenzo Tessarin sembra quasi possedere per istinto tuttavia, non lasciatevi ingannare, quest'autore conosce il mezzo fotografico e la sua sintassi meglio di quanto sia anche solo possibile inquadrare studiando le sue immagini. E' la sua scrittura ideale, lo è da sempre, non riuscirete mai a staccarvi dai suoi racconti senza provare subito nostalgia, quasi la memoria fosse da lui resa malleabile e pronta a visitarvi in qualsiasi momento decidiate di farvi scolpire da essa. Vi farete mille domande per poi sorridere all'idea che le sue immagini le risposte già le contengono, già le possiedano in embrione, le sue fotografie sono come una traduzione aperta verso la vita di ognuno di noi, verso tutti quegli attori che si sono offerti ad interpretare una storia, un destino, la vita, un istante. L'uomo è un personaggio prezioso ed irrinunciabile sia per la commedia che per la tragedia umana di cui fa parte. Ogni essere vivente diventa la storia delle storie e tutto questo lo troverete nelle immagini di Vincenzo Tessarin! Il valore aggiunto di questo autore prende forma e sostanza sotto i vostri occhi, una dichiarazione d'intenti sincera che fa di lui un fotografo di rara sapienza e potenza espressiva, curioso, pronto a mettersi in gioco sempre e comunque ovunque vada o decida di inoltrarsi.

Grazie Vincenzo Tessarin, immensamente grata di come declini il bianco e nero con tutte le sfumature dell'esistenza umana, grazie di come rendi il colore un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è una tavolozza di sfumature dell'animo umano oltre che dello spazio in cui esso si esprime, la tua macchina fotografica si fonde con i tuoi occhi ed è il diaframma preziosissimo ed irrinunciabile del tempo presente. L'istante catturato è come un pianoforte con molte corde che tu sai sempre accordare e far risuonare nei tuoi scatti! Tu sei la mano ed il pensiero, la scelta ed il taglio prospettico che schiacciando quel tasto, manovrando quel dato apparecchio fotografico, fa vibrare l’anima di chiunque si ponga davanti al tuo obiettivo e decida di farsi riprendere fissando per sempre nella nostra memoria, così come nella tua il sogno di attraversare il tempo e di vincerlo. Le tue visioni sono quello spazio utile, quella scelta precisa che serve per far diventare una fotografia testimonianza o semplicemente, esperienza diretta ed indiretta dell'esistenza, delle nostre scelte o di quelle del destino, controllabili od inesplicabili. Tu riesci sempre con le tue fotografie a farci credere che sia possibile far parte dell'universo così come siamo, con i nostri limiti e le nostre capacità più sorprendenti, con uno sguardo lucido e partecipe del mondo di cui fai parte e non sei mai esclusivamente spettatore.
Paola Palmaroli

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